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Di sangue e d'oro
Fernando Romagnoli ci consegna un testo di poesia intenso e struggente, colmo di innocenza, di stupore, di furore, di doloroso, disperato amore. Una parola poetica toccata dalla grazia, ricca di immagini, echi, suggestioni, venata di terso, limpido lirismo, declinata in ritmi di cantabile, cullante musicalità, che si fa, infine, chiaro e cristallino canto. Poesia che, insonne, insegue e scruta un senso, lungo il declivio d'ombra della nostra vita, nell'inutile andare e venire delle stagioni, nell'incendio d'oro dell'attimo, nella sua baluginante e intangibile eternità. Tra rabbia civile e ingorgata, stremata speranza, Romagnoli punta poi potenti, spietati riflettori sull'oggi, sull'illusoria, mefitica primavera delle nostre esistenze pietrificate e sterili, assediate, stordite, ipnotizzate dalle cose, sprangate al grido sanguinante e al soffio vivificante dell'altro. Poesia che scava, parola, nell'essere, che interroga e vive l'ignoto che ci sovrasta, che dobbiamo accollarci, e la notte (esistenziale e morale) che ci avvolge, cercando di aprirsi un varco, un passaggio, oltre il crollo delle nubi, verso la luce alborale di un giorno nuovo, di una stagione umana.
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