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Il commiato
Giacinto Marasco, protagonista e io narrante del romanzo, è un funzionario ministeriale prossimo al pensionamento, che progetta di scrivere – tra continui tentativi e fallimenti – la biografia del sassofonista afroamericano Charlie Parker, affrontandone l’impresa come un punto d’onore e, forse, come ricerca del senso della vita. Una irragionevole fatica di Sisifo: così appare l’ostinata abitudine del marito agli occhi di Enrichetta, moglie, antropologa, compulsivamente rivolta al punzecchiamento. La vita di Marasco non è una vita tragica, né infelice, eppure è ugualmente pregna di un certo malessere non meglio definibile. Un uomo con i suoi eterni dubbi, i desideri inespressi, le malinconie. Come sono, chi più chi meno, tutti gli uomini del mondo. I suoi mali sembrano acuirsi man mano che ci si avvicina al capolinea e gli ultimi suoi giorni di servizio al Ministero sono punteggiati da avvenimenti che, nella allertata sensibilità di chi si appresta all’addio definitivo, assumono una valenza riassuntivamente metaforica. In questo romanzo Umberto Apice si è cimentato nell’autofiction, offrendoci una meditazione ora commossa ora svagata sulla bellezza sfuggente e intermittente della vita, nonché su quella nevrosi, dolce e inguaribile, che è il vizio di scrivere.
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