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Il professore
«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli». Scrive così Cesare Pavese ne “La luna e i falò”. Dopo aver fatto fortuna in America, il “bastardo” Anguilla torna nel suo paese d’origine, da uomo ricco: tutto pare uguale ma tutto è cambiato. Respiriamo la stessa aria nel romanzo “Il Professore” di Vincenzo Ursini. In queste pagine, però, le sensazioni del ritorno sono più lievi, malinconiche, ma non struggenti. Nelle nostre vite ci sono le partenze e anche le ritornanze. Che cosa vuol dire tornare? Per il professore che torna, in seguito alla pensione, al suo paese in Calabria, è una ricerca di essenzialità, quasi una fuga (io a Milano lavoro, non vivo). Come se tutta la vita vissuta altrove fosse una dimensione temporanea dell’esistenza in attesa della liberazione: perché le radici sono al paese, nella memoria più viva che mai e quando gli anni si accumulano, il bisogno forse è di spogliarsi del superfluo e tornare a cercare le mani callose di un padre andato via troppo presto, il profumo del pane, e l’amore, sì anche l’amore mai dimenticato, solo riposto nelle pieghe dei pensieri.
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