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La casa
Andrea Ponso ha scritto La casa a ventotto anni, dimostrando di possedere già compiutissima maturità espressiva, e una fitta trama di ossessioni strutturali che lo rendono sorprendentemente concluso e originale. Ponso è talmente se stesso che risulta difficile cogliere possibili ascendenze; forse più alla poesia francese che alla nostra, dove semmai si può rinvenire qualche riferimento nell'esattezza piana del primo Magrelli o nella complessità espressa in termini sottilmente didascalici di Giampiero Neri. Scriveva Santagostini, introducendo una scelta di suoi versi per l'antologia I poeti di vent'anni, che Ponso predilige, nelle sue perlustrazioni in anfratti minimi, le discese «verso il basso, l'inoltrarsi nelle zone incerte, ambigue e primigenie della natura. Zone in verità irreali, tra sogno e memoria, dove la divisione degli elementi non è avvenuta, dove natura e psichismo coabitano ancora». La casa è un poema, o meglio uno spazio mirabilmente limitato dove l'autore sembra potersi ritagliare un'area residua da abitare. E in questo spazio incide, paziente, la propria riscrittura delle infinitesimali ragnatele di senso di un mondo in cui si trova immerso, misteriosamente ospite.
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