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Non lo so. Breve storia dell'ignoranza
Secondo Socrate, sapere di non sapere mera la base per la conoscenza, l’ammissione di ignoranza necessaria all’apprendimento. Ma, a ben guardare, nel corso dei secoli l’ignoranza è stata spesso e volentieri promossa come valore in quanto tale, “bene” da raggiungere piuttosto che carenza da colmare. Persino garanzia per il Paradiso: stando alle Sacre Scritture, quello di non mangiare i frutti dell’albero della conoscenza è l’unico divieto che Dio impone ad Adamo ed Eva. L’ignoranza è associata all’innocenza, simbolo e sintomo di purezza (“madre della felicità”, sosteneva Giordano Bruno), e come tale va tutelata e promossa. A questo servirà l’Indice della Controriforma e le molteplici censure di tanti regimi. Sempre nel Cinquecento affonda le sue radici il mito del buon selvaggio, che sostiene la bontà degli umili, la “semplicità senza doppiezze” rimarcata ancora due secoli dopo da Rosseau. Ma se nel Secolo dei Lumi la riflessione sull’ignoranza trova comunque spazio, ancora più forte è il suo peso nel Romanticismo, quando sono sentimento e sensazioni a essere considerati determinanti nella vita dell’uomo. E così via, di secolo in secolo, fino ad arrivare alla contemporaneità. Dall’Antico Testamento a Nietzsche, fino alla moderna consacrazione dell’errore come chiave per conoscersi realmente, un viaggio alla scoperta della storia dell’ignoranza come valore e base della nostra società. Ieri come oggi.
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