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Yellow Goods
Bambini che osservano il mondo in silenzio, cassieri che sbagliano il resto, amanti che si perdono nella soglia di un gesto. Nessuno ha un nome. Nessuno parla da un centro. È come se la collettività che attraversa questo libro si formasse controluce. Esitazioni, tentativi non dichiarati, che agiscono in uno spazio di resistenza non gridata, ma possibile. Non ha identità comunicanti, ma richiami, alleanze, margini. Nasce dove ci si espone, dove ci si riconosce perché non si appartiene. Yellow Good è un libro attraversato da una lingua ellittica, trattenuta, da movimenti minimi e tensioni profonde. Oggetti quotidiani si caricano di significato, diventano appigli temporanei, frammenti di visione, intermittenze della memoria e del desiderio. Ne nasce un coro sommesso che si forma e si disfa: una pluralità fragile che tenta di abitare il tempo senza il riparo delle ideologie, senza arrendersi al disincanto, ma con la lucidità di chi cerca, nell’incertezza, un’altra via possibile. Un po’ come la poesia stessa: una soglia abitata, un campo di forze dove il linguaggio non salva, ma accompagna. Anche – e soprattutto – nell’incompletezza. Un bordo che non chiede di diventare centro, ma insiste nel restare vivo. Una vibrazione minima da cui ricominciare a sentire il mondo.
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